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La VPN che hai pagato finanzia davvero i valori in cui credi? Il caso Mullvad e la crisi dell’etica digitale

Per molti anni il mondo della privacy digitale ha goduto di una sorta di immunità morale. Mentre i grandi colossi della tecnologia venivano criticati per il capitalismo della sorveglianza, per la raccolta indiscriminata di dati personali e per modelli di business fondati sulla profilazione degli utenti, una parte dell’ecosistema open source è riuscita a costruirsi un’immagine quasi opposta. Scegliere una VPN indipendente, utilizzare software libero o affidarsi a servizi come Proton e Mullvad è diventato, per molti utenti, molto più di una decisione tecnica: è stata una scelta culturale e, in alcuni casi, persino politica.

Non è difficile comprenderne le ragioni. La comunità che ruota attorno al software libero ha spesso condiviso valori come la trasparenza, il diritto alla riservatezza, la decentralizzazione del potere tecnologico e la difesa delle libertà civili. Sebbene nessuno abbia mai sostenuto ufficialmente che queste realtà appartenessero a una precisa area politica, nell’immaginario collettivo si è consolidata l’idea che rappresentassero un’alternativa etica alle grandi multinazionali del digitale. In altre parole, pagando un abbonamento a questi servizi si aveva la sensazione non soltanto di acquistare un prodotto migliore, ma anche di sostenere un diverso modo di concepire Internet.

È proprio questa percezione che negli ultimi giorni è stata improvvisamente messa in discussione.

Secondo quanto riportato dal quotidiano svedese Flamman, Daniel Berntsson, fondatore e comproprietario di Mullvad VPN, ha effettuato una donazione di cinque milioni di corone svedesi a Örebropartiet, un partito locale che negli ultimi mesi ha attirato l’attenzione della stampa per posizioni considerate vicine al concetto di “remigrazione”, tema frequentemente associato alla nuova destra identitaria europea. Berntsson ha confermato la donazione, precisando che si tratta di una scelta esclusivamente personale e non riconducibile all’azienda.

Dal punto di vista giuridico la questione potrebbe anche chiudersi qui. In una democrazia liberale ogni cittadino ha il diritto di sostenere economicamente il partito che ritiene più vicino alle proprie convinzioni, e sarebbe profondamente sbagliato mettere in discussione questo principio.

La questione, tuttavia, cambia radicalmente se la si osserva da una prospettiva etica.

Mullvad non vende soltanto una VPN. Da anni vende fiducia. Vende l’idea di essere un soggetto indipendente, rispettoso della privacy, lontano dalle logiche speculative delle grandi corporation e profondamente radicato in una cultura della trasparenza che ha contribuito a renderla uno dei nomi più rispettati dell’intero settore. Quando un’azienda costruisce il proprio patrimonio economico su un capitale reputazionale così forte, è inevitabile che anche i comportamenti pubblici dei suoi proprietari assumano un significato diverso rispetto a quelli di un qualsiasi cittadino.

Sostenere che la donazione sia “personale” è corretto dal punto di vista formale, ma rischia di essere insufficiente dal punto di vista sostanziale. I dividendi distribuiti da una società entrano nel patrimonio personale dei soci e, una volta disponibili, possono essere destinati a qualsiasi finalità, comprese iniziative politiche. Chi sceglie di acquistare un servizio proprio perché ritiene di sostenere un certo sistema di valori potrebbe quindi legittimamente chiedersi se quella fiducia non stia indirettamente contribuendo anche ad alimentare progetti politici che non condivide.

Naturalmente nessuno può pretendere di controllare le convinzioni personali di un imprenditore. Sarebbe una deriva tanto pericolosa quanto incompatibile con i principi di una società libera. Esiste però una differenza sostanziale tra il diritto di avere idee politiche e la pretesa che tali idee rimangano irrilevanti rispetto all’immagine pubblica dell’azienda di cui si è fondatori.

Un imprenditore non smette di rappresentare la propria impresa quando esce dall’ufficio. Questo principio vale quotidianamente per amministratori delegati, dirigenti e figure pubbliche di qualsiasi settore. Una dichiarazione controversa, una presa di posizione politica o un comportamento ritenuto incompatibile con i valori dell’azienda producono inevitabilmente conseguenze reputazionali che ricadono sull’intera organizzazione e, spesso, anche sugli altri soci che condividono quel progetto imprenditoriale.

Per questo motivo appare difficile sostenere che la vicenda riguardi esclusivamente la sfera privata di Berntsson. Non perché Mullvad abbia finanziato direttamente un partito politico — affermazione che non troverebbe riscontro nei fatti — ma perché la reputazione dell’azienda è ormai inscindibile da quella delle persone che l’hanno costruita. Quando il prodotto venduto è la fiducia, anche la credibilità personale dei fondatori diventa parte integrante di quel prodotto.

Una riflessione analoga è emersa anche all’interno della comunità di Proton. Negli ultimi giorni numerosi utenti hanno chiesto chiarimenti riguardo ad alcune scelte comunicative dell’azienda e ai rapporti con figure considerate politicamente divisive. Anche in questo caso il dibattito non nasce da dubbi sulla qualità tecnica dei servizi offerti, che continua a essere ampiamente riconosciuta, bensì dalla crescente consapevolezza che chi acquista strumenti per la tutela della privacy non sta semplicemente scegliendo un software, ma spesso decide di sostenere economicamente una determinata organizzazione.

Questo aspetto merita una riflessione più ampia, soprattutto all’interno della comunità open source. Per anni si è diffusa l’idea, spesso implicita, che il software libero fosse quasi naturalmente associato a una cultura progressista, libertaria o comunque orientata alla difesa dei diritti civili. È stata una semplificazione che oggi mostra tutti i suoi limiti. Gli sviluppatori, gli imprenditori e gli investitori che operano in questo settore appartengono alle più diverse sensibilità politiche, esattamente come accade in qualsiasi altro ambito economico. L’apertura del codice non implica automaticamente una determinata visione della società.

Eppure proprio questa consapevolezza rende ancora più importante il tema della trasparenza. Se un’azienda decide di costruire la propria identità commerciale attorno a concetti come etica, fiducia, indipendenza e libertà, deve accettare che il pubblico valuti anche la coerenza tra quei principi e i comportamenti delle persone che la guidano. Non si tratta di pretendere un’impossibile neutralità politica, ma di riconoscere che, nel momento in cui un’impresa vende valori oltre che servizi, i suoi fondatori non possono realisticamente rivendicare una netta separazione tra la dimensione privata e quella pubblica.

Forse la vera lezione di questa vicenda non riguarda soltanto Mullvad. Riguarda tutti noi. Per anni abbiamo creduto che bastasse scegliere un servizio open source o una VPN rispettosa della privacy per sentirci automaticamente partecipi di un ecosistema eticamente migliore rispetto a quello delle Big Tech. Oggi scopriamo che la realtà è molto più complessa. Le aziende possono sviluppare ottimi prodotti, sottoporli ad audit indipendenti e difendere concretamente la privacy degli utenti, senza che questo dica nulla sulle convinzioni personali di chi ne possiede le quote.

La domanda è se, nell’economia digitale contemporanea, sia ancora possibile separare completamente il valore tecnico di un servizio dal destino economico e politico delle persone che, grazie a quel servizio, costruiscono il proprio patrimonio. È una domanda scomoda, destinata probabilmente a dividere la comunità della privacy. Ma proprio per questo merita di essere posta.

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