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Lego lancia gli Smart Bricks: la fantasia diventa digitale

Dario Fadda Gennaio 6, 2026

C’è una mano che assembla un mattone luminoso su una base di colori pastello. L’immagine è suggestiva, pulita, futura. E racchiude la rivoluzione – o forse, a sentire alcuni, la piccola apostasia – che Lego ha svelato al CES di Las Vegas. Parliamo dei Smart Bricks, l’innovazione che il colosso danese definisce la più dirompente dai tempi dei mitici omini gialli del 1978. Una mossa che cerca di conciliare il mondo fisico del “clic” con quello digitale del “bit”, e che nel farlo solleva un dibattito profondo su cosa significhi davvero “giocare”.

La promessa è affascinante e zeppa di tech. Dimenticate i semplici blocchi di plastica. Il Smart Brick è un concentrato di micro-tecnologia in formato 2×4: integra sensori di movimento, posizione e prossimità, un minuscolo sintetizzatore audio, LED e un chip custom. Da solo, però, non è nulla. Diventa un sistema insieme ai Smart Minifigures e ai Smart Tags, componenti che comunicano via wireless. Il risultato? Un elicottero Lego che ruggisce quando lo sollevi e si illumina di rosso schiantandosi; una torta di compleanno che, una volta spente le candele (virtuali), intona “Happy Birthday” tra applausi digitali. È la magia dell’interattività che risponde al gesto, un feedback tattile e sonoro che vuole stupire e incoraggiare a continuare a costruire.

Lego, attraverso le parole di Julia Goldin, Chief Product and Marketing Officer, vede il digitale non come una minaccia, ma come un’estensione naturale del gioco fisico. Un’opportunità per “espandere” le possibilità, integrando l’interattività in modo “perfetto” con i prodotti tradizionali. Tom Donaldson, a capo del Creative Play Lab, parla di un “sistema” pensato per durare negli anni, che reagisce alle azioni naturali dei bambini per ispirarli. D’altronde, l’azienda ha accelerato gli investimenti in tecnologia digitale come area strategica, come evidenziato dal report annuale 2024, esplorando da anni realtà aumentata e collaborazioni con colossi come Nintendo ed Epic Games.

Eppure, proprio qui, nella perfezione di questa reazione programmata, si annida il malessere. Josh Golin, direttore esecutivo del gruppo per il benessere infantile Fairplay, non usa mezzi termini: questi mattoncini “minano ciò che una volta era grandioso di Lego”. Il punto, spiega, è che i vecchi Lego già si muovevano e facevano rumore, ma lo facevano nel teatro illimitato dell’immaginazione del bambino. Con gli Smart Bricks, “il gioco viene tolto dalle mani dei bambini e messo nei minuscoli sensori di questi cosiddetti dispositivi ‘smart’”. È una critica radicale: la tecnologia, invece di potenziare, limiterebbe, sostituendo l’invenzione libera con una serie di reazioni predeterminate.

Andrew Manches, professore di bambini e tecnologia all’Università di Edimburgo, concorda sul fatto che la bellezza di Lego stia nella “libertà di creare, ricreare e adattare blocchi semplici in infinite storie alimentate dall’immaginazione”. Tuttavia, il suo giudizio è più sfumato. Pur condividendo le preoccupazioni, vede positivamente negli sforzi di Lego di integrare fisico e digitale con strumenti che reagiscono all’interazione, una tendenza resa possibile dalla riduzione di costi e dimensioni dei componenti elettronici. La sua nota di cautela si sposta su un altro terreno, più oscuro: quello della privacy e sicurezza dei giocattoli smart, specialmente quelli che iniziano a integrare AI. “La chiave – avverte – è rimanere tutti criticamente riflessivi sul design di questi giocattoli, e prestare molta attenzione a come influenzano la vita quotidiana dei bambini”.

Il dibattito è aperto e va al cuore di come stiamo ridefinendo l’esperienza ludica nell’era digitale. I Lego Smart Bricks, in arrivo a marzo con un set Star Wars, non sono solo un prodotto. Sono un esperimento sociale su vasta scala. Da una parte, c’è la seduzione di un gioco più ricco, reattivo, sorprendente. Dall’altra, il rischio sottile di una fantasia in outsourcing, dove il brusio di un motore o lo scoppio di un applauso non nascono più dalla mente, ma da un chip. Per la community di appassionati e per i genitori, la domanda non è solo se questi mattoncini siano “belli” o “funzionali”. È più profonda: in un mondo già iper-stimolato e digitale, vogliamo davvero che anche l’ultimo santuario del gioco libero e non strutturato si accenda di luci e suoni preconfigurati?

La risposta, forse, non sarà data dai tecnologi di Billund, ma dai bambini stessi, e da come decideranno di usare – o reinventare – questi nuovi strumenti. La partita, dopotutto, si gioca ancora nelle loro mani.

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